POMEZIA TRA MITO E STORIA

Storia e tradizione di Pomezia ruotano intorno al sito archeologico di Lavinium nei pressi di Pratica di Mare.
Qui si vuole che Enea, figlio di Anchise, fuggito alla distruzione di Troia insieme alla sua gente fosse dopo lunghe peregrinazioni, sbarcato per dare origine alla stirpe romana.
Il popolo autoctono che i troiani si trovarono di fronte fu quello (realmente esistito) dei Laurenti; spesso vengono citati come abitanti della città di Laurentum, ma più concretamente abitavano in capanne disseminate lungo la costa senza un vero e proprio nucleo centrale. In effetti nei dintorni di Pratica di Mare sono state rinvenute capanne risalenti all’età del bronzo. I laurenti sono stati da sempre considerati un popolo non particolarmente bellicoso, la cui economia si basava sulla pastorizia e l’agricoltura; veneravano il Dio sole in un contesto religioso inserito nei cicli naturali.

Torniamo alla leggenda. Enea approdato sulla costa laurente (da lauro = alloro) ha un importante compito assegnatogli dal fato, da svolgere: “ritornare all’antica madre.” Infatti Dardano, fondatore di Troia si voleva fosse originario del Lazio. Il destino dei profughi troiani era quello di fondersi con le genti latine per dare vita alla stirpe romana destinata a dominare il mondo per i secoli a venire.
Dunque Enea ed i suoi non vanno considerati come degli invasori, quanto un popolo che va alla ricerca delle proprie origini e della propria memoria storica. Dopo una serie di avvenimenti seguiti allo sbarco dei troiani si innesca l’epopea che culminerà con la nascita di Roma.
Enea sposerà Lavinia (questo ci viene narrato da fonti diverse da Virgilio che morì prima di concludere l’Eneide), fonderà la città di Lavinium ed avrà un figlio Silvio.
Il primo figlio di Enea, Ascanio, detto Julo, nato a Troia, lasciò Lavinium, città sacra e madre dei romani, per dare vita alla città di Alba. Ascanio o Julo diede origine alla Gens (= stirpe) Julia alla quale appartennero i grandi personaggi della storia romana che tutti conosciamo (Caio Giulio Cesare, Ottaviano Augusto…). La città di Alba (= Bianca) poi Longa (= Lunga) fu governata da una serie di Re detti Silvani (Silva = Bosco), l’ultimo dei quali fu Numitore, detronizzato dal fratello Amulio che gli uccise i figli maschi e rinchiuse la figlia Rea Silvia nel Tempio di Vesta.
Il Dio Marte, però si unì alla ragazza dalla quale nacquero i gemelli Romolo e Remo.
Romolo fondò Roma: era (per la leggenda) il 21 aprile del 753 a.C.. Il cerchio del fato così si chiude ed iniziò la storia di Roma e del suo dominio. Attraverso le origini, l’epoca repubblicana, le guerre civili, l’impero, la nascita di Cristo, la divisione imperiale voluta da Diocleziano, le invasioni barbariche e la sua doppia fine nel 476 d.C. ad Occidente e nel 1453 ad Oriente.
Lavinium, la cui fortuna fu legata alla presenza di Santuari decade verso la fine del III secolo d.C., Alba Longa collocata tra Albano e Castelgandolfo fu rasa al suolo dai Romani al tempo di Tullio Ostilio dopo la famosa sfida tra Orazi e Curiazi. Alla base di questa saga leggendaria c’è il mito di Enea fondatore della stirpe romana, tramandatosi oralmente nel corso dei secoli, c’è la citazione omerica “Il fato ha stabilito che egli si salvi, affinché non perisca sterile la stirpe di Dardano” (Iliade VV 302/304), ma c’è anche la volontà di glorificare e di dare una origine ancestrale e semidivina alla potenza mondiale del periodo: l’Impero Romano.
Il grande rilancio del mito di Enea lo si deve all’imperatore Ottaviano Augusto (63 a.C. - 14 d.C.) pronipote di Cesare e primo imperatore romano (27 a.C. - 14 d.C.) Augusto commissionò al poeta Publio Virgilio Marone un opera in versi che narrasse le origini di Roma ed il suo destino nei confronti dell’umanità. Nell’opera si dovevano poi sottolineare i valori tradizionali della pace, della frugalità del ritorno alla terra, della moralità della vita pubblica e privata, tanto cari all’imperatore stesso.
Virgilio nato ad Andes (Pietole - MN) nel 70 a.C. e morto a Brindisi nel 19 a.C. (Mantua me Genuit Calabri Rapuere...) ottenne l’attenzione e la benevolenza dell’imperatore che gli commissionò la sua opera più conosciuta: l’Eneide.
REALTÁ STORICA

Ricostruire la realtà storica del territorio forse è ben più difficile che interpretare i miti e le leggende che ruotano intorno ad esso. In effetti la mancanza di documentazione, la scarsità di fonti scritte ed i lunghi periodi di abbandono o di decadenza dell’antica Lavinium complicano ancora di più la situazione.
 
Molto può dirci, sulla Lavinium pre-romana e romana, l’archeologia che ha permesso l’identificazione quasi certa del perimetro cittadino, del Santuario Federale della Lega Latina, l’Heron di Enea, il Forto, le Terme, ecc. (vedi capitolo archeologia). Con la fine dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.) il cui ultimo imperatore, forse, ironia della sorte, portava il norme storpiato del capostipite Romolo Augustolo, la zona fu teatro di una serie di invasioni di popoli barbari.
Le trasformazioni idrogeologiche dovute all’abbandono del territorio portarono al sorgere di zone paludose e malsane. La peste e la malaria che nell’alto e basso medioevo flagellarono l’Europa colpirono con la stessa virulenza la nostra zona. Il conseguente crollo, o sarebbe meglio dire tracollo, demografico provocò un’ulteriore aggravamento della situazione. Dei fasti di Lavinium non resta più nulla; anche la cittadina ha cambiato nome in Civitas Patrica, un borgo fortificato in abbandono.
 
Nel 745 d.C. con una donazione a Papa Zaccaria, il “Basileus” (Imperatore) di Bisanzio, cede la zona al nascente stato della Chiesa. Civitas Patrica diviene Castrum Patrica ed accanto al Castello viene eretta una torre; i monaci dell’abbazia di San Paolo divengono i titolari del territorio (883). I frati edificheranno la chiesa di Santa Maria delle Vigne ed infonderanno un minimo di “vitalità culturale” al luogo ormai battuto dai soli pastori. Il XIV secolo è caratterizzato dalla lotta tra i Casati, che approfittando dell’assenza fisica del Papa (siamo nel periodo Avignonese) danno vita sul territorio Romano, ad una epoca di anarchia e di sangue. Protagonisti assoluti, nel bene e nel male, i Colonna che agli inizi del XV secolo si impossessano di Ardea.
Tra il 1400 ed il 1500 Castrum Patrica è nelle mani della Famiglia dei Massimi; la città è ridotta a ben poca cosa: disabitata, maltenuta e malridotta deve affrontare l’assalto dei pirati saraceni. Tramite sovvenzioni ed imposizioni papali comincia la costruzione di strutture fortificate e di torri di avvistamento; ne sono esempio Tor San Lorenzo e Tor Vajanico. Tutto ciò valse a poco.
Nella notte tra l’8 ed il 9 maggio 1588 il pirata saraceno Assan Agà con 7 navi al seguito e 200 uomini saccheggiò il borgo di Patrica, rapì 103 persone ed uccise tutti coloro che gli si opponevano.
I difensori riuscirono solo a catturare una delle 7 navi assaltatrici grazie all’aiuto prestato dalla guarnigione di Tor Vajanico. Dopo questo attacco fu ricostruita Tor Paterno.
I pericoli non venivano solo dal mare; le difficili condizioni di vita favorirono il dilagare del brigantaggio. Il capo più famoso fu Giovanni Valente la cui banda si rifugiava nelle impenetrabili selve del territorio su cui ebbe per anni il totale controllo.
 
La situazione di vita continuerà ad essere sempre la stessa nonostante i tentativi (1617) della Famiglia Borghese di favorire l’insediamento di nuovi coloni all’interno del castello. Nonostante tutto, ancora agli inizi del 900 sia il borgo di Pratica che il suo territorio risultano scarsamente abitati a causa dell’ambiente paludoso, malsano e malarico. La svolta si ebbe nel 1928 quando il Governo fascista di Benito Mussolini promulgò la Legge di “Bonifica Integrale” dell’Agro Pontino e delle altre regioni d’Italia. L’opera e la responsabilità dei lavori fu divisa tra il “Consorzio per la Bonifica” di Littoria ed il “Consorzio di Bonifica Idraulica delle zone paludose”. I lavori iniziarono nel 1929 e si conclusero nel 1940; furono prosciugati i bacini di Campo Selva, Campo Jemini, la Fossa, le Salzare e San Lorenzo, oltre ad una serie di opere minori.

IL NUMICO


Il piccolo fiume che anticamente lambiva Lavinium era considerato sacro. Fu quindi personificato in un dio omonimo, sposò Anna (sorella di Didone, fuggita per caso nel Lazio e morta tragicamente nelle sue acque) venerata con l’appellativo di Perenna.
Le sue acque sacre erano usate dalla sacerdotessa per le libazioni solenni al tempio dei Penati.
Alla sua foce, dov’era il Santuario del Sol Indiges, si dice che avvenne lo sbarco dei troiani ed Enea vi scomparve durante una battaglia. Attualmente è detto Fosso di Pratica di Mare.