Attraverso la trasfigurazione poetica dell'Eneide è a tutti noto il nome di Lavinium(1), la città; fondata da Enea che, profugo da Troia, dette qui nuova sede ai Penati della città; distrutta.
Da Lavinium ebbe poi origine Alba, e da Alba infine Roma: di qui l'importanza di Lavinium nella leggenda delle origini di Roma. Ed è da tener presente che tali credenze non furono soltanto oggetto di narrazioni poetiche e di ricostruzioni erudite di storici; esse si ritrovano sostanzialmente persino nei riti ufficiali dello Stato romano: sappiamo che in ogni anno i consoli, all'inizio della loro magistratura, si recavano a Lavinium per compiere un sacrificio ai Penati e a Vesta, e che qui erano venerati i sacra principia populi Romani Quiritium nominisque Latini.
Di questo centro, che era ritenuto la città-madre (metropolis) dei Latini (Dionigi di Alicarnasso), l'oppido più antico fondato nel Lazio di stirpe Romana (Varrone), si sta tentando da alcuni anni la esplorazione sistematica.
La sua ubicazione a Pratica di Mare era stata già stabilita da tempo in base al ritrovamento di iscrizioni che ricordano i Laurentes Lavinates (e nel castello, di origine medievale ma più volte rifatto, si conservano tuttora due basi marmoree con le iscrizioni Lavinia Latini filia, SilviusAeneas Aeneae et Laviniae filius).
Per secoli tuttavia, principalmente a causa della malaria, la zona era rimasta lontana dall'attenzione degli archeologi, anzi si può dire che fino agli anni della seconda guerra mondiale tutto questo territorio, dalla costa a Pratica di Mare, ad Ardea, conservava, nel suo totale abbandono, molto del paesaggio primitivo, il paesaggio della selva laurentina e del territorio dei Rutuli, che è teatro degli ultimi sei libri dell'Eneide.
Con fine sensibilità Giuseppe Lugli avanzò nel 1935 la proposta della creazione di un parco virgiliano, dalla selva laurentina ad Ardea, dalla costa allora completamente deserta all'antro di Fauno nella zona delle Solforata. Il progetto non ebbe seguito, e le grandi trasformazioni operate nel dopoguerra lo hanno reso ormai inattuabile, ma, partendo dalla realtà odierna, è ancora possibile intervenire per preservare alla ricerca l'indagine archeologica documenti di eccezionale importanza storica e per conservare, almeno in piccola parte, la suggestione dell'ambiente, particolarmente nella zona intorno a Pratica di Mare, dove è ancora possibile e doveroso predisporre un piano di protezione.
L'itinerario di Enea si può seguire attraverso varie tappe.
Sul tratto di costa più vicino a Lavinium avvenne lo sbarco dell'eroe troiano, qui egli sacrificò al Sole, ed ebbe, per l'avverarsi del famoso vaticinio delle mensae paniciae, la conferma di aver finalmente raggiunto la meta predestinata.
Il santuario del Sole, ricordato da varie fonti, anche da scrittori di geografia, è stato localizzato attraverso saggi di scavo non lontano dalla costa. Qui ad Enea sacrificante apparve una scrofa, che egli inseguì nella sua fuga verso l'interno sino a che la raggiunse e immolò sul luogo dove poi avrebbe fondato Lavinium, interpretando questi fatti come un divino ammonimento (la lunghezza dell'itinerario percorso da Enea è indicata in 24 stadi, cioè metri 4.262: tanti ne intercorrono, esattamente, tra il santuario costiero e Pratica di Mare).
Dopo le aspre guerre cui parteciparono Latini, Rutuli, Etruschi e varie, altre, genti, durante una battaglia Enea scomparve nel Numicus, che è stato ora identificato definitivamente col Fosso di Pratica; l'eroe fu così divinizzato, e in suo onore fu costruito un heroon a forma di tumulo: anche a questo riguardo il ricordo degli antichi ha avuto recentemente una conferma archeologica.
L'importanza di questi luoghi, per i riferimenti alla leggenda di Enea, è immensa.
Ma l'esplorazione di Lavinium presenta altri e più ampi interessi, ed è un fatto confortante che una ricerca sistematica può ancora condursi dato che tutta l'area urbana (con gli immediati dintorni), ad eccezione del piccolo borgo di Pratica, è libero da costruzioni moderne.
I reperti archeologici relativi alle fasi più antiche (oltre a materiale sporadico risalente sino all'età; del bronzo) si riferiscono a parti dell'abitato del VII-VI secolo, e soprattutto ad una vasta necropoli sul lato occidentale della città:  i corredi funerari ampliano notevolmente le nostre conoscenze sulla civiltà laziale, qui documentata in tutto il suo arco dal X al VII secolo.
In posizione  isolata rispetto alla parte della necropoli sin qui esplorata, era un tumulo che conteneva una tomba con ricca suppellettile del periodo orientalizzante. Nel IV secolo il tumulo, con la costruzione di una camera vuota inaccessibile, divenne un cenotafio, ed è pertanto da identificarsi con l'heroon di Enea descritto da Dionigi di Alicarnasso.
 Alcuni saggi di scavo hanno determinato il percorso delle mura; è stata portata avanti l'esplorazione di una imponente tratto sul lato est della città, con tracce della porta e della via Lavinium Ardea. La costruzione risale alla metà del VI secolo a.C., che è il periodo di  maggiore splendore di Lavinium.
Nella zona extraurbana a sud della città si è rinvenuto un grande santuario: l'elemento principale emerso nella esplorazione, che è lontana dall'essere compiuta, è costituito dal complesso monumentale di tredici aree allineate lungo un asse orientato nord-sud. Assai interessante la tipologia delle are, a pianta rettangolare con ante laterali, strutturate con vigorose modanature; esse costituiscono un documento unico nella architettura laziale arcaica. È accertata la datazione alla metà del secolo VI delle are più antiche, altre si sono succedute nel tempo, fino al II secolo a.C.
In questi termini cronologici si colloca la vita del santuario. Al VI secolo appartengono vasi di importazione greca (laconici, attici ecc.), una raffinatissima statuetta bronzea di kore, numerosi bronzetti di kuroi e korai (identici a quelli trovati a Roma sotto il Niger Lapis), un'iscrizione latina in caratteri arcaici simili a quelli del cippo del Foro col seguente testo Castorei Podlouqueique qurois. Questa dedica è la più antica testimonianza della introduzione del culto dei Dioscuri nel Lazio (da notarsi la forma Podlouques che documenta il passaggio dal greco Polydeukes al latino Pollux, e l'attributo quroi che ripete il termine greco senza tradurlo); non molti anni dopo l'incisione di questa lamina, nel 484, si costruì nel Foro Romano il tempio dei Castori (il culto fu introdotto in Roma forse proprio da Lavinium). Questo documento è una delle più eloquenti testimonianze dell'influenza greca in Roma nell'età arcaica: Lavinium, come già del resto si poteva desumere dalle fonti letterarie, dovette avere un ruolo significativo nell'accoglimento di elementi greci e nella loro trasmissione a Roma; questa scoperta porta a riesaminare con nuove prospettive altri temi fondamentali della religione romana, particolarmente quelli del culto dei Penati e di Vesta.
Ai secoli V- III risale il residuo materiale trovato intorno e sopra le are, consistente nella maggior parte di votivi fittili.
Quanto alla identificazione del santuario, non sono ancora emersi elementi decisivi per la soluzione del problema. E' comunque assai probabile che si tratti del santuario federale della lega latina, che - insieme a quello di Giove Laziale sulla vetta del Monte Albano e quello di Diana Aricina sul lago di Nemi - era uno dei centri religiosi intorno a cui si manteneva viva l'unità delle città latine. Tra gli altri elementi del santuario sinora scavati sono da ricordarsi un edificio arcaico presso le are, e alcune fornaci che testimoniano l'intensa attività artigianale connessa con la vita del santuario.

Si sono rinvenute inoltre a Lavinium testimonianze di vari altri luoghi di culto, in particolare sulla collina ad est della città (resti di edificio templare, terrecotte architettoniche risalenti sino al V secolo); questi elementi si collegano con quanto conoscevamo dalle fonti intorno ai numerosi culti di Lavinium, che sino alla fine del mondo antico conservò un particolare carattere di città santa (religiosa civitas, come la definisce Simmaco).
Nell'ultima età repubblicana e durante l'impero Lavinium (come molti altri centri che erano stati floridi al tempo della indipendenza latina) conobbe una decadenza demografica e una parziale trasformazione in zona residenziale di importanti ville; tra i vari resti il più importante è un edificio termale di età costantiniana.
Ancora molto è da attendersi dagli scavi di Lavinium, ed ogni nuova acquisizione ha un valore che sorpassa quello di una ricerca locale poiché, dato il particolare ruolo che Lavinium svolse nell'ambito della comunità latina, diviene fonte di conoscenze per la storia di Roma stessa.

Da non confondere con Lavinio, località; nei pressi di Anzio