LAVINIUM - PRATICA DI MARE
di Maria FENELLI

AREA URBANA: settore NO

Lo scavo (1978, 1980-81) ha portato alla luce una piccola parte di un quartiere con impianto urbanistico regolare. L'orientamento degli edifici (40° N) appare funzionale alla migliore esposizione (massima insolazione ed illuminazione degli ambienti) ed evita al tempo stesso che le strade si trovino in asse con i venti dominanti, tramontana e ponente.

Lo scavo ha fornito dati molto importanti per la conoscenza della tecnica costruttiva antica. Gli edifici arcaici e repubblicani sono costruiti con la tecnica a telaio: uno zoccolo di schegge o di blocchi di tufo ha la funzione di isolare dal terreno la struttura portante in legno. Le tamponature delle pareti potevano essere realizzate con schegge di cappellaccio, materiale di risulta, graticciati rivestiti di fango. Esempi di questa tecnica costruttiva sono ancora oggi sotto i nostri occhi (ad es. le case del nord Europa).

Il dato forse più interessante è la presenza di fornaci (una di VIII sec., una di IV e due di III) per la cottura della ceramica e forse in un caso anche di tegole. Non siamo in grado di stabilire, data l'estensione dell'area scavata, se l'intero quartiere, periferico, fosse destinato alla fabbricazione della ceramica (ceramico) o se si trattasse di botteghe isolate nel contesto urbano.

L'esistenza di questi impianti di produzione, oltre a fornire nuovi dati sulla tecnologia antica, è importante per la storia economica di Lavinio, soprattutto se messa in rapporto con la presenza di banchi di ottima argilla, di altre fornaci rinvenute in altri settori (presso il santuario delle XIII Are e presso la porte SE) e con la ricca produzione di terrecotte votive (santuario delle XIII are e di Minerva).

 

I SANTUARI EXTRAURBANI

All'esterno della città, lungo la strada commerciale che collegava la costa ai Colli Albani, sorgevano due santuari: il santuario meridionale, o delle XIII Are e l'orientale o di Minerva. Certamente in rapporto con lo stesso asse, ricalcato in parte dalla attuale strada Pomezia-Albano, il santuario di Sol Indiges sulla costa, alla foce del fosso di Pratica nei pressi del porto naturale, ed il santuario nella zona di sorgenti sulfuree della Zolforata, la cui identificazione con l'Albunea cantata da Virgilio è quasi certa.

 

Santuario delle Tredici Are

Lungo la via commerciale più volte ricordata, nei pressi di una sorgente ancora viva qualche anno fa, in una zona che ha rivelato chiari indizi di frequentazione nell'età del bronzo, tracce di insediamento nella prima età del ferro (capanne e tomba infantile?, IX sec.) e resti di tombe di IV fase, nacque intorno alla metà del VI sec. un santuario che in mancanza di elementi sicuri per un'attribuzione, trae nome dal numero degli altari rinvenuti.

Occorre ricordare che l'area non è stata ancora completamente scavata, non sono noti i limiti del santuario (temenos) né individuato l'edificio di culto, è certo comunque che gli altari sorgevano al centro di un largo spazio aperto (Fig. 9).

Fig. 9

 

Il complesso, quale oggi si presenta al visitatore, è il punto di arrivo di un processo durato tre secoli (Fig. 10).

Fig. 10

All'origine gli altari erano solamente tre (VIII inferiore, IX inferiore, XIII), isolati l'uno dall'altro, disposti lungo un asse N-S e rivolti genericamente ad Est (arae spectent ad orientem).

Contemporaneamente, in asse con il XIII altare, verso N-NE, sorse un grande edificio rettangolare con piccolo vano annesso (cucina?) e portico su due lati (dopo lo scavo le strutture sono state coperte per l'impossibilità di proteggerle adeguatamente). Non sembra che l'edificio, pur essendo strettamente connesso con il santuario, assolvesse precise funzioni di culto. Distrutto da un incendio fu ricostruito ed ampliato con l'aggiunta di sei vani (figg. 11a).

Fig.11a

Alla metà del V sec. fu coinvolto nella ristrutturazione dell'area, raso al suolo e livellato, il numero degli altari passò da tre ad otto ( vedi sopra Fig. 10b), successivamente furono eretti gli altari VI e VII con una platea comune anche al V; alla fine del IV sec. il complesso assunse l'assetto definitivo con la costruzione di altri quattro altari (IX superiore, X, XI, XII) su un unico basamento e forse l'abbandono del XIII altare, ormai ad un livello molto inferiore al nuovo piano di calpestio (Fig. 10d). In epoca successiva si hanno solo interventi di restauro, tra cui la ricostruzione del I, II ed VIII altare.

Intorno alla fine del III sec., se non intorno alla metà, il santuario fu abbandonato, le parti superiori di alcuni altari smontate ed ammucchiate con gli oggetti votivi sopra gli altari e la platea.

Il complesso è unico nel suo genere: lo schema planimetrico delle are ad U trova riscontri nel mondo greco, ma l'alzato e sagome contrapposte è di indubbia concezione italica.

Il materiale impiegato è il tufo giallo compatto (litoide) - materiale non locale, possibili cave tra Lavinio ed Ardea - di tufo rosso a scorie nere sono i rifacimenti tardi degli altari, I, II ed VIII sup., che presentano anche una diversa tecnica costruttiva (Fig. 12).

 

fig.12

 

Il tufo era certamente dipinto, purtroppo tranne qualche traccia di colore rosso non ci è pervenuto niente che possa darci indicazioni su un eventuale tipo di decorazione (per avere un'idea di quale potesse essere l'aspetto di un altare dipinto v. ad es. la scena dell'agguato di Achille a Troilo nella tomba tarquinese dei Tori, intorno al 540 a.C.).

L'aspetto e la volumetria dovevano risultare assai diversi dall'attuale, soprattutto per i giochi di luce sulle superfici colorate, la copertura di protezione isola il monumento dall'ambiente e la luce diffusa priva le sagome profonde del contrasto luce-ombra per cui erano state create.

I devoti che frequentavano il santuario offrivano doni, se le offerte in natura: focacce, liquidi, etc. non si sono ovviamente conservate, sono però giunti fino a noi, anche se in frammenti, i contenitori: coppe, vasi per versare etc., recipienti legati al rituale (olle, bacili) etc. Tra le offerte relative alla prima fase del santuario oltre ad oggetti più comuni e di produzione locale, ceramica di importazione, attica e laconica, una statuetta di bronzo di fanciulla (kore), prodotta probabilmente in Magna Grecia, piccole statuine di bronzo (h. intorno a 8 cm.) di kouroi e korai. Alla seconda metà del VI sec. risale una dedica ai Dioscuri (Castore e Polluce) incisa su lamina di bronzo in alfabeto latino arcaico (confrontabile con il cippo arcaico del Foro Romano) (Fig. 13).

Fig.13 

Oltre che per gli aspetti linguistici e paleografici l'iscrizione è importante in quanto documenta la presenza di un culto greco accolto e fatto proprio in ambiente latino in età così antica, prova che i contatti con il mondo greco erano diretti, senza tramite etrusco, induce a riconsiderare il problema della penetrazione etrusca nel Lazio. L'introduzione del culto dei Dioscuri a Lavinio, da Taranto o da Cuma, conferma inoltre indirettamente la tradizione della costruzione del tempio dei Castori nel Foro Romano agli inizi del V sec., evidentemente il culto già radicato da tempo nel Lazio non era considerato straniero e poteva essere accolto entro il pomerio. Con il V sec. tra le offerte compaiono le prime statue di terracotta che rappresentano l'offerente e successivamente ex voto anatomici, riproduzioni di teste, mani, piedi, seni, uteri, falli, offerte per ottenere la guarigione, o per grazia ricevuta, statuine, piccoli animali sempre di terracotta, vasi di ceramica a vernice nera e sovradipinta. Un'altra iscrizione (III sec. a.C.) di difficile interpretazione, attesta il culto di Cerere.